Dinamismo quasi cinematografico e vitalità traboccante caratterizzano l’ultimo romanzo di Daniela Carelli, “Mosaico napoletano”. Un libro che è al tempo stesso biografia erotico-affettiva del protagonista e atto di appassionato omaggio a Napoli, la città dove l’autrice è nata, ma da cui è poi “emigrata” al Nord. E, se è vero che oggi i libri su Napoli son tanti e basterebbero a colmare una biblioteca intera, è vero anche che pochi ce la sanno  rappresentare con adesione così affettuosa e obiettività così oculata: sicché l’esaltazione dell’unicità delle atmosfere partenopee non diviene retorico provincialismo e la descrizione dei problemi da cui la città è afflitta non assume mai i toni della denuncia vittimistica o astiosa. No,  perché “Mosaico napoletano”, anche se ci coinvolge a fondo quando parla del dolore, della delusione, dell’impatto con la violenza, è soprattutto un libro nel segno della gioia, la gioia che nasce dalla consapevolezza di come, malgrado i suoi orrori, la vita sia un portento, un portento da apprezzare in ogni aspetto: dalla carezza del sole sulla pelle, dallo sciacquio cullante del mare, dal profumo del ragù, dalla cordialità dei pranzi domestici, alla complice confidenza con gli amici, alla suggestione del Rosario recitato in famiglia, all’emozione sottesa all’annuale, e sempre nuova, “fabbrica” del presepe. E poi, naturalmente, al piacere del corteggiamento e dell’eros, e alla felicità assoluta del Grande Amore (quello che non si dimentica).
Come non saranno dimenticati, e tutti avranno contribuito a plasmare l’identità del protagonista Giuseppe, i rapporti con le altre donne a cui si è legato. C’è da sottolineare come questi ritratti di donne risultino sempre autentici e centrati, e come l’autrice, immedesimandosi in un protagonista maschile, riesca a delinearne, da un punto di vista maschile ma con rara efficacia di indagine psicologica, le differenti  personalità. Vivacissima è pure la rievocazione della Napoli appena uscita dal sessantotto con i battibecchi tra “comunistelli” e qualunquisti e tra “alternativi” e  “modaioli”, e rapido ma incisivo risulta l’accenno alle responsabilità della borghesia “palazzinara”, tanto spocchiosa quanto cinica. Ad arricchire la vicenda e a permettere al protagonista il necessario chiarimento con se stesso provvede infine la parentesi americana, in cui egli vive una sorta di alienazione dalla propria identità, accompagnata tuttavia da un inevitabile senso di spaesamento, finché non esplode, ineludibile, la nostalgia per  Napoli:  a riportarlo alle origini.
In conclusione, un libro da godere, da condividere, da non dimenticare, perché costantemente irrorato da una rara capacità di lucida e affettuosa comprensione (potremmo forse chiamarla “pietas”) per quell’entità contraddittoria e imprevedibile che è l’anima umana.

Giovanna Mozzillo, scrittrice, saggista e giornalista per il Corriere del Mezzogiorno

  

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